A tavola con l’autore: Andrea Molesini con Presagio

Riprendono le famose cene con gli artisti, che resero famosa la trattoria Dall’Amelia.

Tanti gli intellettuali ospitati in oltre cinquant’anni, tra piatti tipici e brindisi, da Pier Paolo Pasolini ad Andrea Zanzotto e Dino Buzzati, ma anche Leonardo Sciascia, Goffredo Parise, Mario Rigoni Stern.
Si riparte con il locale rinnovato, in continuità con la gestione precedente, martedì 10 giugno dalle 19.30 con il Premio Campiello Andrea Molesini che presentato da Tiziana Agostini, parlerà del suo ultimo lavoro, Presagio.

Menù di pesce (o vegetariano su richiesta) e romanzo incluso nella cena.
E’ possibile prenotare entro lunedì 9 giugno.

Per informazioni e prenotazioni:

info@waltertobagi.net
info@dallamelia.it; tel 041913955
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Prometeo

Il combinato disposto di due articoli Dentro il metodo McEwan di Stefano Scalich su “Domenica” e Il nuotatore di Kafka non sapeva nuotare di Emanuele Trevi su “la Lettura” suggerisce alcune riflessioni sulla scrittura e sul suo stato di salute nell’incipiente stagione dei premi letterari.  Il “metodo McEwan” rassicura gli aspiranti scrittori della non indispensabilità di avere un metodo per scrivere. Lo scrittore inglese ritiene infatti che la scrittura sia “un processo di costruzione dal basso che non si sviluppa seguendo temi predeterminati” infatti il suo modus scribendi è rigorosamente non lineare; sul tavolo da lavoro di McEwan non ci sono né schemi né scalette. L’acclamato autore di Il giardino di cemento e Lettera a Berlino in un passo di Espiazione afferma che una storia “è un procedimento magico” oltre a dichiarare di apprezzare l’esitazione e le pause in fase creativa: non tanto perché tradiscano indecisione, semmai in quanto permettono alle cose di abbellirsi.E poi confessa che quando vede i suoi amici scrittori e chiacchiera di letteratura non parlano di tecnica, parlano delle cose che li appassionano. L’articolo di Trevi in recensione alla raccolta di saggi Il fuoco e il racconto di Giorgio Agamben esordisce tacciando d’infamia la degradazione che ha trasformato l’arte, la letteratura, la religione, la stessa filosofia in “spettacoli culturali” privi di ogni “efficacia storica”. E quel termine infamia lo preleva proprio da un saggio di Agamben: “Ma allora vorrei dare un consiglio agli editori e a coloro che si occupano di libri: smettetela di guardare alle infami, sì, infami classifiche dei libri più venduti e – si presume – più letti e provate a costruire invece nella vostra mente una classifica dei libri che esigono di essere letti. Solo un’editoria fondata su questa classifica mentale potrebbe far uscire il libro dalla crisi che – a quanto sento dire e ripetere – sta attraversando”. Scrive Trevi: “Viviamo in un’epoca in cui non si chiede nient’altro all’artista che di dar forma agli effimeri spettacoli del successo, della moda, del romanzo ben fatto.  E nelle scuole di scrittura si impartiscono gli stolidi precetti dello storytelling con il loro sistematico obliterare le imprevedibili esigenze del singolo in nome di un “efficacia” che nei migliore dei casi potrà avere solo delle conseguenze commerciali. Per sua natura, infatti, il mercato non può essere altro che una macchina fondata sull’impersonale. A dispetto dell’apparente varietà delle loro trame e dei loro personaggi, in effetti è innegabile la sensazione che tutti i libri di successo si assomiglino profondamente. Considerato come artigiano del plot questo tipo oggi dominante di scrittore deve procedere ricorrendo sempre di più all’elemento impersonale della creazione”.

Noi confidiamo nell’apparizione di un novello Scrittore/Prometeo che sappia ritrovare il “fuoco” che il “racconto” ha perduto.

CARMEN CON L’APPUNTAMENTO VINCE IL BORGOGNINI

Carmen Donadio vincitrice della III edizione del Premio "Giorgio Borgognini" con il racconto L'appuntamento viene premiata da Annalisa Trabacchin Presidente del Circolo Walter Tobagi

Carmen Donadio vincitrice della III edizione del Premio “Giorgio Borgognini” con il racconto L’appuntamento viene premiata da Annalisa Trabacchin Presidente del Circolo Walter Tobagi

 

L’ appuntamento

di Carmen Donadio

Trentacinque anni fa, Tiberio rientrava a casa in treno dopo l’ultimo esame all’università. Era quasi sera, la nebbia e l’oscurità avanzavano insieme, nascondendo poco a poco le rotaie, i campi e le strade. I lampioni non erano ancora accesi, e lui, con la testa dolorante e le gambe molli per la tensione accumulata, cercava di distinguere le ombre e le luci di fuori, qualcosa che gli confermasse che era quasi arrivato. Non vedeva l’ora di stendersi sul letto per poter cedere del tutto alla stanchezza.

Il treno si fermò appena prima di entrare in stazione; la voce del capotreno avvisò di un guasto ad un convoglio merci poco più avanti.

“Maledetto! Maledetto treno, riparti!” –  il ragazzo seduto di fronte a lui diede un pugno sul finestrino dimenandosi sul sedile, accanto aveva delle rose rosse avvolte nel cellophane, un piccolo mazzo composto per lo più da boccioli.

“Muoviti, dai!”

“Non credo che ripartirà subito” –  sbuffò Tiberio innervosito.

“Sono rovinato! Non mi aspetterà! Penserà che non sono venuto all’appuntamento. Maledetto treno!” –  disse l’altro battendo tutti e due i pugni sul finestrino, e piegandosi in avanti con i gomiti sulle ginocchia e la testa tra le mani.

Tiberio provò un misto di pena e fastidio per il tizio avvilito che gli si accasciava davanti, schizzava seduto dritto per ogni sussulto del treno e si contorceva le mani fissando le rose. Potevano avere la stessa età, pensò, anche se quello sembrava molto più stanco di lui.

“Ma, se hai un appuntamento, vedrai che ti aspetterà” –  provò a dire.

“Non è detto che mi aspetti, il nostro è un appuntamento speciale” –  gli rispose, mordendosi le labbra e pizzicandole più volte tra indice e pollice. Poi tamburellò piano le dita sul vetro, lasciando un’impronta umida.

Fuori, buio, nebbia e poche luci lontane; rivolti all’esterno, scrutavano il finestrino senza poter cogliere altro che il proprio riflesso.

“Vedi, quattro anni fa, proprio oggi, ho incontrato per caso, qui in stazione, una mia amica, ex compagna di scuola. Era tanto tempo che non ci vedevamo, forse dieci anni, e abbiamo passato una splendida serata insieme”.

Si presentarono e Armando, sempre guardando fuori e rosicchiandosi le unghie, cominciò a raccontare della sua amica e dei loro ritrovi. Tiberio non era per niente interessato alla storia, ma la circostanza non gli lasciava scampo.

Venne a sapere così che dopo quell’incontro casuale, si erano salutati dandosi appuntamento all’anno successivo, sempre in stazione al binario uno, lo stesso giorno alla stessa ora. Per un paio d’anni, con sorpresa e divertimento di entrambi, il gioco era funzionato bene: abbracci, chiacchiere piene di domande e risate senza tregua, poi la cena e i saluti, prima di riprendere il treno, con la promessa di rivedersi ancora. Il terzo anno, l’appuntamento era andato benissimo: durante la cena, euforici entrambi, per aver finito gli studi lei, e trovato lavoro lui, avevano brindato, incrociando i bicchieri e gli sguardi, e infine le gambe nel letto dell’hotel di fronte alla stazione. Persero il treno, e dovettero aspettare il primo della mattina successiva.

Nemmeno in quell’ultimo anno si erano telefonati, perché era contro il regolamento. Armando però l’aveva pensata quasi ogni giorno e ormai era sicuro del suo amore per lei. Si sarebbe dichiarato quella sera, con i boccioli di rosa pronti a schiudersi.

Tiberio si era tanto appassionato al racconto da non sentire più la stanchezza che poco prima lo appiattiva sul sedile, e, quando quello smise di parlare, era completamente sveglio e un po’ in apprensione per lui. Per sfogare l’agitazione crescente, cominciò a oscillare le gambe e sbattere le ginocchia tra loro, creando un po’ di movimento in un treno che non sembrava solo fermo, ma ormai del tutto spento. Intanto lo guardava con la coda dell’occhio, cercando di non fissarlo troppo, perché si era chiuso in un silenzio rassegnato di braccia inermi lungo i fianchi con la testa abbassata che penzolava in avanti.

Scattarono in piedi per un fischio assordante, il treno ripartì e in pochi minuti entrò in stazione.

“Arrivederci, Tiberio”.

Non fece in tempo a rispondergli, ché era già sceso. Riuscì a stento a vederlo correre sulla banchina e sparire giù per le scale, con le rose alte sopra la testa.

Suggestionato dalla fretta di Armando e colto dall’ansia di non sapere cosa sarebbe successo, anche Tiberio si lanciò fuori dal treno. Fece le rampe di scale saltando i gradini tre a tre, e mentre correva, immaginava che qualche secondo prima anche Armando aveva fatto la stessa cosa.

Quasi s’ammazzò: arrivato in cima al binario numero uno, mise male il piede, perse l’equilibrio e picchiò le mani su un pilastro di cemento.

Quando alzò la testa, lo vide. Armando stava appiccicato con la schiena su un altro lato dello stesso pilastro ammuffito, premendo sul petto il mazzo di rose e voltandosi a scatti, attento a non farsi vedere.

“Che fai?”

“Levati, Tiberio, levati da qui!” – sibilò con la bocca tirata e gli occhi spalancati.

Confuso, stava per andarsene, quando Armando lo colpì con i fiori, costringendolo ad appiattirsi di schiena sul pilastro insieme a lui: “Vedi quella ragazza? Quella seduta sulla panchina, con un libro in mano. È lei. Mi è venuto un colpo… che rischio… è una fortuna che non mi abbia visto. Come ha potuto farmi questo?”

Nella confusione della stazione, Tiberio sentiva a tratti le parole di Armando, che era girato dall’altra parte, e vedeva solo il suo orecchio, rosso come i boccioli di rosa che gli sfioravano il mento, e la tempia coperta di ricci neri da cui colavano sottili gocce di sudore.

Sporse anche lui la testa dal nascondiglio: a una ventina di metri, c’era una ragazza seduta su una panchina, leggeva un libro e dondolava una carrozzina. Ogni tanto alzava lo sguardo, cercando tra la gente, e Tiberio, per timore che lo vedesse, si ritraeva.

“Perché non la raggiungi?”

“Ma sei pazzo? La vedi, la carrozzina? Questa c’ha un figlio… febbraio, marzo, aprile, maggio…”, si mise a contare con le dita sulla bocca: “Se è nato in ottobre, adesso avrà tre mesi… No, non può essere figlio mio!”

Armando puntò gli occhi in quelli di Tiberio, le iridi celesti erano quasi bianche, le pupille come due spilli, poi guardò il mazzo un po’ sgualcito, glielo passò con rabbia e si fissò le mani vuote: “Io me ne vado”.

Mentre Armando scendeva le scale, Tiberio sentì il peso delle rose, e la stanchezza che aveva dimenticato tornò a riprendersi le gambe e la testa.

Da quel punto protetto guardò di nuovo la ragazza: castana, capelli lunghi, pelle chiara. Lui cosa ci faceva ancora lì?

Gettò quell’impiccio di fiori in un cestino vicino e cominciò a camminare verso l’uscita, ma, quando la vide agitare la mano in direzione di una donna che arrivava correndo, si fermò a qualche passo di distanza, dandole la schiena e fingendo di leggere il tabellone delle partenze.

“Non è arrivato il tuo amico?”

“Non ancora, purtroppo”.

“E pensi di aspettarlo fino a quando? Ascolta la tua sorellona: che tipo può mai essere uno che non si presenta dopo quello che è successo l’anno scorso?”

“Sì, forse hai ragione, ma aspetto ancora un po’”.

“Come vuoi, io vado a casa, è tardissimo. Grazie mille per avermi tenuto la piccolina, se non andavo in bagno adesso scoppiavo di pipì. In bocca al lupo! Domani ti chiamo”.

“Sì, ciao… crepi”.

Le due donne si salutarono con un lungo abbraccio, e Tiberio ne approfittò per muoversi e scegliere una posizione più sicura. Entrò nel bar e rimase a guardare dalla porta a vetri.

La donna con la carrozzina si allontanò, mentre la ragazza, infilato il libro nella borsa, iniziò a passeggiare avanti e indietro, con il mento in su, squadrando tutti quelli che le venivano incontro. Dieci passi lungo il binario in una direzione, e venti nell’altra. Raccoglieva i capelli in una coda immaginaria, poi li lasciava cadere, ravvivandoli con una mano. Camminava piano, e quando un treno entrava in stazione si fermava a guardare con gli occhi stretti, avvolgendo sull’indice lunghe ciocche, morbide spirali che si scioglievano all’istante.

Tiberio la osservava, chiedendosi se avrebbe dovuto correre a cercare Armando. Decise invece di aspettare, valutando la situazione che era cambiata in modo inaspettato sotto i suoi occhi, e concludendo infine che era una fortuna che lei non lo avesse visto e che Armando se ne fosse andato.

La ragazza esaminò il grande orologio all’esterno della biglietteria, guardò ancora verso i binari e se ne andò.

Tiberio corse al cestino, ripescò il mazzo e, mentre la seguiva in apnea, fu colto da una quasi totale assenza di suoni: niente più fischi di treni, nessun annuncio all’altoparlante, mute le voci concitate di chi stava partendo, e, anche sulla strada, le macchine in movimento facevano lo stesso rumore di quelle parcheggiate. Per qualche secondo, sentì solo il battito del suo cuore e il leggero fruscio del cellophane che avvolgeva le rose. Finché non la raggiunse al semaforo e respirò.

Fu investito dal fragore della strada e tornò il chiasso confuso della stazione alle sue spalle. La nebbia si era alzata e la sera sembrava notte fonda.

Attraversarono uno accanto all’altra, Tiberio entrò dopo di lei nel bar dell’hotel; solo quando fu seduta con una cioccolata calda davanti, si avvicinò.

“Se non ti offendi, queste sono per te”.

La sua espressione triste accennò un sorriso. Di nuovo avvolse ciuffi di capelli tra le dita, ma i boccoli si raddrizzarono subito. Con un gesto della mano lo invitò a sedersi.

Tiberio le raccontò che la sua nuova fidanzata non si era presentata all’appuntamento e lei, forse pensando che questa storia fosse più triste della sua, rise. Per farla ridere di nuovo, Tiberio raccontò ancora, inventando sempre meno e dimenticando Armando, di cui lei non gli parlò mai.

Mai, in trentacinque anni.

Da un po’ di tempo Tiberio non dorme bene. Forse è normale che sia così: già prima di compiere sessant’anni ha cominciato a sentire gli acciacchi dell’età. Il disturbo del sonno è uno di questi, ha pensato. Poi si è ricordato di un’immagine che qualche giorno fa lo aveva turbato, e che aveva subito scacciato dalla memoria, con irritazione, come si allontana una zanzara senza accorgersi che ha appena punto.

Una notte, quell’immagine è tornata prepotentemente a inquietarlo, nitida, come in una fotografia. L’aveva rivisto. Che giorno era? Possibile fosse il giorno dell’appuntamento? Seduto su una panchina del binario uno, con lo sguardo rivolto ai treni in arrivo, una mano sull’altra, e sotto un bastone da passeggio. Armando aspettava, accanto a lui un mazzo di rose rosse, tutti boccioli.

 

 

 

Si fa presto a criticare…

C’è su “la Lettura” di oggi, domenica 16 febbraio, una pagina che parla di critica. Luca Ronconi e Franco Cordelli intervengono occupandosi soprattutto di critica teatrale, ma le loro riflessioni possono benissimo essere estese alla critica letteraria o meglio alla critica tout court. L’affermarsi di Internet e dei blog ha reso meno esclusiva la figura del critico estendendo questa pratica a una platea di recensori più o meno improvvisati. È sicuramente aumentata la democrazia mentre viene meno l’autorevolezza. I blog consentono a tutti di trasmettere la propria opinione, il proprio giudizio, manifestare il proprio gusto. Con Internet il critico è stato esautorato dalla sua funzione di mediatore tra autore e lettore. Si avverte nel mare magnum della rete la dispersione di un giudizio di valore attendibile, la perdita di un ancoraggio sicuro e riconosciuto. I lettori stessi si fanno critici, si affaccia sulla scena (come scrive Cordelli) una figura nuova: non necessariamente il tecnico, o un tipo particolarmente colto, bensì l’appassionato puro, colui che scrive e dice ciò che pensa. La mancanza di autorevolezza della critica comporta però anche una perdita di qualità nel giudizio e nell’analisi. La critica è una forma specifica di attività letteraria che consiste nell’esprimere un giudizio su un’opera in base a un’analisi del testo. Con lo sviluppo delle comunicazioni di massa e soprattutto con la “democratizzazione” della rete tale definizione ha perso rigore e la critica è diventata quasi esclusivamente una pratica di orientamento del gusto nei lettori. Lo stesso scambio di opinioni all’interno dei gruppi di lettura diventa occasione  di orientamento dei gusti letterari in un contesto paritario dove non è necessaria la figura-guida dotata di solida formazione letteraria. Alla fine di marzo avremo ospite del laboratorio Andrea Cortellessa, autorevole critico letterario, sarà interessante conoscere la sua opinione sulla funzione della critica nell’era di internet.

Riflessioni di un libraio nell’era digitale

KE  READER   di Alessandro Girtanner

Odio l’e-reader. Sono fermamente convinto che l’e-reader sarà l’oggetto che determinerà il crollo del sistema economico mondiale. Esagero? Seguitemi. Innanzitutto l’e-reader è un oggetto orrendo, una cornicetta piatta e piccola. Provate a pensarlo senza il sistema operativo. Comprereste un oggetto così? Ma al di là della bruttura, è socialmente pericoloso. Continuiamo a immaginare. Tutti comprano e-book, quindi fine delle librerie, migliaia di librai disoccupati. A casa non avrete più libri di carta, tutta la vostra biblioteca personale sarà in quell’oggetto nero. Che ve ne fate della libreria vuota? Dunque non comprerete più librerie, e l’Ikea fallirà. Eh già, perché è noto che l’Ikea basa il 95% del suo fatturato sulle Billy, il resto del fatturato sono le polpette svedesi. Dunque l’Ikea fallisce, nel mondo ci saranno centinaia di migliaia di disoccupati, che non compreranno più niente, nemmeno quello che voi (fruitori di e-book) vendete. Crisi totale, fine del sistema. Contraddittorio: gli e-book costano poco! Già, ma fermiamoci a riflettere. Costano tantissimo in relazione ai libri di carta. Un e-book è un file, il costo è quello di un dattilografo per un paio d’ore di lavoro; il file, rivenduto migliaia di volte, è senza costi, ma voi lo pagate un’infinità rispetto al suo valore. Il libro invece ha un costo reale, tangibile, dato dalla carta, la stampa, le foto, la distribuzione, la vendita. Il libro è unico, è vostro, il file no! Se scaricate file musicali da iTunes, non comprate il file, ma solo il diritto di ascolto. Non è vostro! Non lo potete regalare, né prestare. Voi direte: l’elettronica, il digitale, ci hanno semplificato la vita! Siamo sicuri che invece non ci abbiano “banalizzato” i piaceri della vita? Mi spiego. Ascolto un brano che mi piace. Lo voglio acquistare (acquistare i diritti di ascolto). Uso Shazam per sapere cos’è, vado su iTunes, digito il nome dell’autore, pago, scarico nel mio iPod. Perfetto. Ora ho un nuovo file musicale tra i centomila che ho scaricato. Poi, forse, lo ascolterò. Pensiamo a quando la musica era analogica. Mi piaceva un brano. Prendevo il tram e andavo nel mio negozio di dischi preferito, e intanto mi godevo il viaggio. Arrivato al negozio mi perdevo a “sfogliare” i dischi negli espositori, facevo quattro chiacchere con altri clienti, oppure mi innamoravo della ragazza alla cassa. Pagavo un oggetto reale, che tra l’altro era anche un bell’oggetto, grande, colorato, con i testi delle canzoni e le foto degli artisti. A casa mettevo il vinile sul giradischi, mi accomodavo sul divano e mi godevo un’ora di musica, e invitavo gli amici ad ascoltarlo. Adesso trovatemi voi un negozio di dischi. Anche la questione del costo, il basso costo, l’economicità è falsa e ridicola. Dobbiamo imparare a pagare le cose per ciò che valgono, solo così le cose “avranno un valore reale”. Se non possiamo permettercele, ne compreremo meno, faremo musina, sennò saremo complici dello sfruttamento delle persone. Sapete perché pagate cosi poco i vostri e-book? Perché Amazon sfrutta la disperazione della gente. In Germania Amazon è sotto accusa per aver istituito dei veri e propri lager, sfruttando disperati spagnoli, italiani e dell’Europa dell’est, pagandoli pochissimo, senza diritti sindacali, facendoli vivere in baracche fatiscenti, guardati a vista da vigilantes reclutati tra i neonazisti. Bello vero? Così potete comprare i vostri e-book, la vostra musica, a prezzi stracciati. Una buona notizia. In Inghilterra il mercato dei vinili sta ripartendo.

Il dialetto è veniente di là, dove non è scrittura.

Sulla questione del dialetto (anche in ambito letterario) pubblichiamo una riflessione del grande poeta veneto Andrea Zanzotto e una conversazione con Gianna Marcato, dialettologa, che verrà pubblicata sul prossimo numero di “Taglio Alto” inserto culturale di “Mirano Magazine”

Il dialetto usato nel Filò è press’a poco quello che si continua ancora a parlare nella valle del Soligo (alto Trevigiano), con sfumature diverse per vocaboli, modi dire, inflessioni […] Esso resta carico della vertigine del passato, dei megasecoli in cui si è stesa, infiltrata, suddivisa, ricomposta, in cui è morta e risorta «la» lingua (canto, ritmo, muscoli danzanti, sogno, ragione, funzionalità) entro una violentissima deriva che fa tremare di inquietudine perché vi si tocca, con la lingua (nelle sue due accezioni) il nostro non sapere di dove la lingua venga, nel momento in cui viene, monta come un latte: […] forte di tutto il viscoso che la permea riconnettendola  direttamente a tutti i contesti ambientali, biologici, «cosmici», liberando entro di essi il desiderio di espressione e l’espressione. Il dialetto è sentito come veniente di là dove non è scrittura. (Andrea Zanzotto)

DIALETTO. UNA LINGUA CONTESA TRA  GIARDINIERI  E  BOTANICI

di Paolo Gallina

Abbiamo incontrato Gianna Marcato, docente di “Dialettologia italiana” all’Università di Padova che da anni affronta la questione della lingua in territorio veneto, mettendone in risalto il valore culturale. Le abbiamo chiesto un parere sullo stato attuale del dialetto.

“La polemica che spesso contrappone la lingua al dialetto, talvolta con una forte connotazione politica, non ha ragione di esistere. Infatti io mi occupo di dialettologia italiana intesa come studio funzionale alla conoscenza dell’italiano che è fatto da lingua unitaria più dialetti in continuo rapporto tra di loro e non in contrapposizione. Nel 2004 è uscito il mio libro: Parlar veneto. Istruzioni per l’uso, che non è un testo destinato agli specialisti, ma è nato con intenti divulgativi. Già il titolo vuole essere una risposta all’accesa polemica tra lingua e dialetto. Dialetto è l’etichetta di cui ci serviamo, ma, se uno vuole, può chiamarla lingua, visto che per noi linguisti ogni varietà di lingua dalla più grande alla più piccola ha pari dignità culturale. La differenza è tra lingue codificate come l’italiano e lingue solo orali come il dialetto, che sono in balia di chi le trasmette e anche di chi decide di non trasmetterle più. Certo, il dialetto può essere scritto, però mantiene una diversità che deriva dal suo essere fin dalle origini una lingua non codificata, che si è sviluppata affidandosi all’oralità con regole trasmesse da piccoli nuclei di parlanti, magari isolati che ne hanno determinato un’ampia varietà. Per esempio tra noi e le campagne si riscontrano varietà lessicali come piter/pitaro forner/fornaro. Ci tengo molto ad affermare che il dialetto è una varietà non codificata, perché trovo insensata l’idea di una lingua veneta codificata nella quale, proprio per le varietà di cui parlavo, nessuno si riconoscerebbe.”

Mi pare che la questione dialetto/lingua sia incentrata sulla dicotomia oralità/scrittura; si pone quindi un problema relativo all’uso del dialetto in ambito letterario. In questo momento storico cosa si sta osservando a questo proposito?

“Dal 1995 organizzo annualmente a Sappada degli incontri di studio internazionali su temi riguardanti i dialetti e le lingue delle minoranze e proprio nell’ultimo incontro, ma anche in uno recente a Cagliari, ci siamo occupati di questo fenomeno. In questo momento sembra che il dialetto, forse perché è in crisi come parlata, venga utilizzato da alcuni scrittori in funzione letteraria in particolare in Sicilia e Sardegna. Noi veneti abbiamo avuto il grande Zanzotto che proprio quando ha raggiunto l’apice del riconoscimento europeo si è messo a scrivere versi in dialetto. Lui spiegava così la sua scelta: “Ti sfido con una varietà linguistica che ti è oscura, ma al tempo stesso ti do una chiave per entrare in una cultura, in un paesaggio”. Meneghello invece insiste sul fatto che con il dialetto si possono fare innesti, quelli che lui chiamava trapianti, cioè servirsi di una varietà di lingua per arricchirne un’altra e questa, secondo me, è la funzione dello scrivere in dialetto.”

In certi parlanti dialettofoni si avverte quasi un’ostentazione nell’uso del dialetto, magari ricorrendo a termini in disuso, come si volesse con questo “comportamento” linguistico affermare le proprie radici. Non crede che questo atteggiamento conservatore sia velleitario nei confronti dei rapidi mutamenti a cui oggi il dialetto è sottoposto?

“Bisogna stare molto attenti sulla questione delle radici. Con i miei studenti mi diverto dicendo loro di alzarsi in piedi e di verificare che sotto i loro piedi non ci sono radici, non sono alberi. Insistere sul dialetto come radice significa affermare un’idea di identità chiusa, immutabile a cui andrebbe contrapposta un’idea di identità aperta dove ogni esperienza mi aiuta a formare la mia identità e arricchirla.”

Ho visto che anche lei è intervenuta su “Il Gazzettino” nella querelle del restauro dei nizioleti. Di questa polemica mi ha colpito la virulenza, ma anche la partecipazione e la passione. L’impressione è che per i veneziani il legame con i propri luoghi sia molto profondo, che i nomi di calli e campi risuonino vibranti e non ammettano profanazioni. Che ne pensa?

“C’è chi fa una critica di ordine politico, perché sente offesa la lingua veneta che non c’è; poi c’è chi invece ha manifestato un approccio affettivo alla questione. Mi permetta una citazione. I linguisti sono partiti da questo presupposto: “I filologi sono i giardinieri, noi siamo i botanici! Per il giardiniere conta il fiore ed estirpa tutte le erbacce che interferiscono nella sua crescita, per il linguista è importante anche la più piccola infiorescenza. E naturalmente la polemica era contro una lingua trasmessa solo per iscritto. La polemica è nata in chi vive il dialetto come una proprietà personale ed era abituato ai nizioleti che facevano parte come un’icona di quella Venezia. Come un’esperienza rassicurante che ti deriva dal passare davanti a qualcosa di conosciuto, familiare a cui sei legato affettivamente. Agganciarsi alla filologia per correggere la tradizione ha generato dispetto. Il parlante non può legarsi alla normatività della scrittura. Secondo me ancora una volta è stato trascurato ciò che i dialettologi dicono da decenni e cioè che bisogna guardare a queste forme linguistiche come a una cultura orale.”

Oggi si discute molto sullo stato della lingua italiana, sul suo progressivo impoverimento, complice anche la comunicazione in rete, che prevede contrazioni e acronimi. Forse neppure il dialetto gode di ottima salute, cosa percepisce dal suo specifico osservatorio?

“Il dialetto vive se le generazioni che devono trasmetterlo decidono di farlo. Alcuni dicono che il dialetto è stato salvato negli anni settanta proprio da chi sapeva bene l’italiano. Perché la vergogna e il disagio di dover interloquire in un mondo nuovo con una varietà di lingua che si sapeva disprezzata ha fatto sì che solo chi aveva acquisito una certa sicurezza linguistica potesse azzardarsi a parlarlo. Il dialetto è ancora molto parlato in diverse zone, ma prendendo elementi e regole dell’italiano. C’è un concetto molto importante che mi preme affermare ed è quello dell’eteronomia Non è necessario che io mi senta autonomo perché uso una varietà dialettale. Posso usare il dialetto e sentirlo come mia lingua e sentire come mia lingua anche l’italiano. Quando due varietà sono vissute come eteronome accetto che passino regole e forme dell’una nell’altra e viceversa.”

 

FOIS. Come affondare nella cremosa atmosfera del Bologna.

Marcello Fois

È stato molto intenso l’incontro di ieri pomeriggio con Marcello Fois. Un’atmosfera particolare, avvolgente che Fois non avrebbe esitato definire …cremosa. Abbiamo lasciato l’hotel Bologna con l’impressione di non essere venuti meno al nostro ruolo di lettori consapevoli. Quel ruolo a cui ci ha richiamato lo stesso Fois. “Voi non siete lettori qualunque, siete un élite, gente che capisce. Ogni lettore deve sentirsi il datore di lavoro dello scrittore di riferimento. Se voi peggiorate, noi scrittori peggioreremo; se leggerete schifezze ci verrà chiesto di scrivere schifezze. La dismissione dal ruolo di lettore esigente e consapevole è una delle cause, forse la prima, del crollo del valore della letteratura”. Fois ci ha attribuito una grande responsabilità, ha definito quel nostro gruppo di ieri sera un’enclave, una casamatta in cui resistere e si è avvertito che con questa sua idea lui placava un’ansia. Sentiva di poter confidare che se tante piccole casematte sapranno resistere “non tutto sarà perduto”. Ci ha messo in guardia dal vezzo di essere originali fino ad affermare che chi pensa di essere originale, di scrivere qualcosa di mai scritto, evidentemente non ha letto abbastanza. Io sono arrivato a pensare che il mio maggiore talento sia stata la lettura e mi provoca ansia il pensare che c’è un sacco di libri che non riuscirò mai a leggere”. Nell’affermare che i romanzi non dicono la verità, non parlano di felicità (la felicità non fa letteratura!) Fois ha voluto dirci che la letteratura è una cosa che ci riguarda tutti, fa di noi delle persone complesse (e non complicate) è un elemento vitale dentro la cultura, non è un orpello, né un dono è semplicemente il sistema che ci siamo dati per raccontarci il mondo.