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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
Sono sobbalzato oggi sfogliando “la Lettura“. Leggo: Proust e Truffaut a Sanremo. E mi dico, non poteva bastare Celentano? E chissà se anche loro devolveranno il loro cachet in beneficenza a Emergency. Poi leggo bene la rubrica “Incanti”, in taglio alto, e scopro che i nostri due non saranno presenti al Festival, ma sono stati citati da due scrittori: Diego De Silva e Aldo Nove. Proust ha parlato di canzonette ne Les plaisirs et les jours ( vedi qui: http://www.marcelproust.it/musica/catt_mus.htm )
Truffaut ha fatto parlare Gerard Depardieu e Fanny Ardant nel film La signora della porta accanto
(Bernard Coudray (Gérard Depardieu) e Mathilde Bauchard (Fanny Ardant):
“Vedo che ti interessi alle notizie, a cosa accadrà nel mondo. No: ascolto solo canzoni. Perché dicono la verità. Più sono stupide e più sono vere. E poi non sono stupide... Che dicono? Dicono "Non devi lasciarmi", "Senza di te in me non c'è vita", "Senza di te io sono una casa vuota", o "Lascia che io divenga l'ombra della tua ombra", oppure "Senza amore non siamo niente").
Proust è stato per me l’iniziazione alla letteratura, il responsabile primo delle mie mai abbandonate velleità di scrittore. Mi ricordo di adolescenziali letture febbrili de La recherche, così come di ripetute visioni dei film del maestro della nouvelle vague. Ho sempre pensato che le canzoni siano una forma di letteratura popolare, un genere minore, ma pieno “dei sogni e delle lacrime degli uomini”.
Quindi la settimana prossima tutti a guardare il Festival di Sanremo, poi alla fine potremo cantare tutti con Bennato …non mettetemi alle strette…sono solo canzonette…ah, ah ah ah ah …
Fioccano nelle nostre mail gli esercizi per il laboratorio di domani. Sì, manca ancora qualcuno (tra cui il sottoscritto) ma la maggior parte dei corsisti si è cimentata con il romanzo in 100 parole. Si è percepito uno slancio, un entusiasmo nel misurarsi con questa prova. Questa volta il Ferrucci ci ha consegnato un compito impegnativo e stimolante. Forse più di qualcuno ha visto un’opportunità di dare compiutezza al proprio lavoro, di accantonare per qualche ora - senza sensi di colpa - il coacervo di romanzi abbozzati, di incipit abbandonati, di scheletrici schemi narrativi per produrre finalmente un romanzo compiuto. Incipit, personaggi, trama, epilogo tutto in cento parole.
Non c’è niente da vergognarsi, se Calvino, nel saggio Perché leggere i classici, ci dice che “…Borges è un maestro dello scrivere breve…” una scelta che per Borges “fu anche l’invenzione di se stesso come narratore, l’uovo di Colombo che gli permise di superare il blocco che gli impediva fino verso i quarant’anni di passare dalla prova saggistica alla prosa narrativa.”. E poi con questa nostra grande disponibilità verso lo scrivere breve dimostriamo di essere degli scrittori “nazionali” se è vero ciò che afferma sempre Calvino: “la vera vocazione della Letteratura italiana, come quella che custodisce i suoi valori nel verso o nella frase in cui ogni parola è insostituibile, si riconosce più nello scrivere breve che nello scrivere lungo.” Considerazione che gli fece accarezzare l’idea di formulare una poetica dello scrivere breve, vantandone l’eccellenza sullo scrivere lungo.
... non lo so se è meglio vivere che scrivere,
so che scrivo perchè forse non so vivere, ...
Un distico di una bella canzone di Roberto Vecchioni (Mi porterò)
un altro contributo alla nostra discussione sul rapporto vita/scrittura
In questi anni con il proliferare delle scuole di scrittura è andata via, via affermandosi una visione laica, che affida la produzione letteraria alla ricerca, al lavoro, alla progettazione.
Niente mitizzazioni. Lo scrivere è un mestiere come un altro; un mestiere qualificato, gratificante, ma nessuna musa governa dall’alto i destini degli autori. Questo significa che l’isolamento dell’autore dalla realtà può costituire un gravissimo handicap. Anestetizzare i propri sensori esterni e assumere un atteggiamento solipsistico rischia di inaridire la vena letteraria. C’è quindi una forte relazione tra vita e scrittura: la vita accade e la scrittura la racconta, la spiega. Lo scrittore dovrebbe vivere immerso nella realtà, registrare, come un sismografo, ogni piccola scossa. La quantità e la qualità della sua scrittura dipenderà dalla sua capacità di essere mondano.
C’è però un problema di sovraccarico di realtà. Troppa vita può anche uccidere. Se il riverbero dei fatti trasmesso dai mass-media intorpidisce la mente: lo slancio espressivo si può inaridire; la palude della quotidianità inghiottirci; il frastuono dei messaggi disorientarci e la pagina restare bianca.
A ciò si contrappone la visione mistico-romantica dello scrittore. L’autore nella sua turris eburnea riceve la folgorazione artistica e, tra sofferenze e dubbi maceranti, stila il suo romanzo, contrapponendosi all’effimero cicaleccio pervasivo. L’isolamento denota un disagio, un disadattamento. Lo scrivere diventa un lavoro di scavo, di approfondimento, una rinuncia al conformismo.
Registrare. Non nel senso di riprodurre meccanicamente ciò che accade, ma nel senso di mettere a registro la realtà interna dell’autore e l’accadere quotidiano. Realizzare così una griglia attraverso la quale filtri soltanto ciò che scuote la coscienza.
Allora e solo allora si può scrivere, da una posizione che può sembrare isolamento, ma è solo distanza, per evitare confusioni con il quotidiano e favorire invece la con-fusione che deve ricercare lo scrittore, quella tra vissuto e scrittura.
Sto seguendo come molti, un po’ distrattamente, la vicenda della nave da crociera Concordia; la storia del suo metaforico inchino verso l’ Isola del Giglio e del secondo -molto più tragico inchino- con cui si è adagiata sul fianco. I giornali, le televisioni, la rete ci hanno bombardato di notizie, fotografie, grafici, video e audio. Si sono avventati sulla preda come squali che odorano il sangue. Anche io ho pensato che questa vicenda sia una grande storia moderna, (meglio ancora, contemporanea) una vicenda su cui sarebbe interessante esercitarsi a raccontarla. Grandi scenari: il mare, l’ingegno superbo dell’uomo che costruisce queste meraviglie, il fulminante ossimoro della fragilità del gigantismo; grandi temi e sentimenti: la viltà, la pietà, il coraggio, la solidarietà, la vanità, la stupidità. E ogni giorno c’è un nuovo testimone, una nuova versione dei fatti, un diverso punto di vista, come un rifacimento di Rashomon o una riscrittura di Cronaca di una morte annunciata. In questa tempesta mediatica l’unica esiliata sembra essere la verità.
Scriveva ieri Elisabetta in un commento al post precedente: «Non credo che la presenza dell'aspetto autobiografico in un testo limiti la comunicazione ad un pubblico, dipende da come si riesce ad elaborare il vissuto e a proporlo sulla pagina».
Sono convinto anch’io che l’elemento autobiografico non limiti il rapporto con il lettore. Il patto narrativo tra chi scrive e chi legge si fonda sulla verità, sulla verosimiglianza, sulla volontà reciproca di condividere una storia, un’esperienza. Più la storia nasce da un vissuto personale, più sarà vera e condivisibile. Anche nelle architetture romanzesche più costruite e ardite c’è un nocciolo duro di verità, magari intricato tra virtuosismi stilistici e narrativi.
Nel post precedente mi chiedevo invece: «si scrive per noi stessi o per gli altri?». In altre parole la finalità dello scrittore è quella di scrivere come terapia autoreferenziale, oppure è un tentativo di coinvolgimento degli altri nel capire il senso profondo delle cose? Scriveva Umberto Eco in un saggio nel volume Sulla letteratura: «Si scrive solo per un Lettore. Chi dice di scrivere solo per se stesso non è che menta. È spaventosamente ateo». E Luigi Meneghello nelle Carte rincara la dose perché scrive: «Non si può scrivere altro che per qualcuno. Senza pubblico non c’è scrittura, ma vaniloquio, il nulla parlato.» Magister docet.
Ieri sera, nel corso del laboratorio riflettevo su due aspetti emersi durante la lettura dei nostri lavori. Uno è l’aspetto autobiografico spesso presente nei testi, anche quando hanno finalità di esercitazione; come non fosse proprio possibile scrivere solo per gli altri. Si rovescia così l’affermazione di Cotroneo nel suo Manuale di scrittura per principianti, (vedi qui) http://www.criticart.it/wp-content/uploads/2006/08/Manuale%20di%20scrittura.pdf
dove il suo “si scrive per gli altri, mai solo per se stessi” andrebbe così riscritto: “Si scrive per se stessi, mai solo per gli altri”. D’altra parte l’urgenza di cui ci parlava Molesini qualche settimana fa non può che essere un moto interiore, qualcosa che parte da noi stessi, dalla nostra storia, dalla nostra vita (come Elisabetta ama sempre ricordarci). Mi ha colpito però questa presenza forte dell’elemento autobiografico in tanti testi. In fondo si trattava di un esercizietto assegnatoci dal subdolo Ferrucci e uno avrebbe anche potuto divertirsi a scrivere un testo scherzoso, festoso, in stile natalizio, lucette e balocchi. E invece no. L’elemento autobiografico come un blob che si espande tiene insieme vischiosamente le parole sulla pagina.
L’altro aspetto è la difficoltà, che abbiamo tutti, di accettare le critiche che arrivano al nostro testo. Le due cose sono strettamente legate. Se tu scrivi un testo fortemente connotato sul piano emotivo (con una buona dose di fatica e dolore) non è così facile vederlo ridotto in strame. Ciò che ti appare intollerabile non è tanto la critica alle tue capacità di scrittore, ma che venga disturbata la tua realtà interna. Questo è apparso evidente nel testo di Franco, il quale non ha potuto esimersi dal mettere in campo una memoria difensiva del suo testo dove cormorani e frecce che scoccano sono stati puntigliosamente giustificati con visioni mattutine e incipit poetici. Questo per dire che la scrittura è sempre materia sensibile che ci mette in gioco e ci lascia spesso in carne viva.
Ho letto in questi giorni i nostri lavori, sia quelli che raccontano la notte di Natale, sia quelli con a tema il tamponamento nei due registri colloquiale e formale. Mi sembra che tutti (a parte Elisabetta, forse) abbiamo avvertito il pericolo di cadere nello stereotipo, costretti come eravamo a raccontare il Natale che è uno stereotipo per antonomasia. Ferrucci si è divertito assegnandoci un tema insidioso, lui avrà trascorso un sereno Natale, in compenso ha complicato un po' il nostro. Non mancheremo di farglielo presente quando ci vedremo mercoledì prossimo.
Per quanto riguarda invece "il tamponamento" un po' tutti abbiamo confuso il registro con il contenuto. Mi è sembrato che quando si voleva usare il registro colloquiale si raccontava di una relazione conflittuale tra i due protagonisti dell'incidente, fatta di alterchi, offese e turpiloquio, mentre quando si raccontava nel registro formale la relazione diventava più accondiscendente, pacata, ricettiva alle ragioni dell'altro. Come si fosse voluto affermare una coerenza tra il registro utilizzato e la situazione rappresentata. Credo che il registro colloquiale non debba essere necessariamente "aggressivo" basti pensare a come Salinger fa parlare il suo giovane Holden. Quando Holden racconta della sua sorellina, la vecchia Phoebe (la bambina ha dieci anni e quel vecchia è in perfetto registro colloquiale) è di una dolcezza assoluta.
Cosa fare il primo dell'anno? Io mi sento come rallentato. Certo, in parte dipende dalle poche ore di sonno che ho alle spalle, dallo champagne (sì champagne, nonostante Monti) con cui ho brindato all'anno nuovo, ma credo che si tratti soprattutto di una questione di prospettiva. Guardare avanti verso il nuovo anno è come quando arrivo ai piedi di una ferrata in montagna. La guardo dal basso verso l'alto (ovviamente) cerco di intuirne gli snodi, i passaggi più impegnativi, mi lascio un po' spaventare dalle difficoltà, perché so che quando ci sarò "dentro" quegli ostacoli li supererò di slancio, con l'entusiasmo del gesto sportivo e, arrivato in cima, la guardo dall'alto verso il basso (ovviamente) con la soddisfazione dell'impresa compiuta. E allora oggi io rallento, studio il percorso, dò per scontato le difficoltà, mi preparo alla lunga marcia. Un brodino a mezzogiorno, una passeggiatina dopo pranzo, una paginetta letta al rientro, un the ai frutti rossi e... una paginetta scritta prima di cena, perchè ... se si scrive il primo giorno dell'anno si scrive tutto l'anno! Non avete mai pensato che se scriveste una pagina al giorno vi trovereste a S.Silvestro con un bel tomo di 365 pagine (quest'anno bisestile 366)?
Quindi scriviamo tutti una paginetta, quale miglior modo per pro-gettarsi nel nuovo anno.
Siete tutti impegnati a raccontare la notte di Natale in 2400 battute? Certo che il Ferrucci è stato originale nel proporci il tema. Non ricordo bene, ma mi pare che avesse parlato di racconto, non di pensierini vero? È dalla terza elementare che non affrontavo un siffatto evento. E pensare che non ce l'ha neanche voluto dire prima, perchè non ci distraessimo durante il suo incontro! Deve avere soppesato bene la proposta se ci ha messo più di dieci giorni per formularla. Ho visto che qualcuno ha già scritto (Elisabetta e Franco) io non ho buttato giù nemmeno una riga, mi sa che riciclerò la letterina che ho scritto a Babbo Natale.
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